Elia, all’Albergo del Cuore con il mansionario in tasca e il sorriso sul volto

di Riccardo Belotti

Elia oggi è arrivato al lavoro un po’ prima del previsto. Una variazione della routine quotidiana, ma lui non fa una piega. Quando varca la soglia dell’Albergo del Cuore di Ravenna anche io sono già lì che lo aspetto. Mi osserva, mi saluta, sorride. Guarda l’orologio, gira l’angolo, esce dal mio campo visivo. Poco dopo riappare, vestito di tutto punto, con la sua livrea. Si muove sicuro per le sale dell’Albergo del Cuore e inizia la sua giornata, mansionario in tasca.

Incontro qui Anna Galavotti, educatrice della San Vitale, la cooperativa che ha sognato il progetto dell’Albergo del Cuore e che lo ha tenacemente trasformato in una realtà di dieci camere, bistrot e ristorante aperto mattina e sera, che ha spento la prima candelina proprio in questi giorni. È Anna che mi ha aiutato a organizzare questa intervista con Elia. Con lei c’è anche Valeria Garcea, coordinatrice pedagogica per la San Vitale. Arriverà poco dopo anche Romina Maresi, presidente della cooperativa.

Ci accomodiamo in una saletta e sbircio in quella accanto un gruppo di tre signore che chiacchiera mentre fa colazione. Il carrello dei dolci è invitante. La carta da parati è magnifica, la devo fotografare. Ogni cosa è al suo posto, regnano ordine e bellezza mentre il personale si muove in una coreografia di passi studiati. Da lontano si sente la macchina del caffè che lavora, poi arriva un cappuccino per Anna. C’è della musica in sottofondo. Jazz?

Seduti, Anna e io rivediamo insieme le domande, e poi arriva Elia – era in giardino. Passa spesso di lì, mi dicono. Ci stringiamo la mano. Non so se sia più emozionato io o lui. Mi sa io. Si siede, sorride, ci presentiamo, e inizia la raffica delle mie domande. Risponderà con calma, pensando e puntualizzando. “Ho una memoria di ferro”, mi dirà mentre mette in fila le scuole che ha frequentato, i luoghi nei quali ha vissuto, i nomi dei suoi genitori e tutto il resto.

Se – in teoria – tutti sanno che la cooperazione sociale di tipo B è quella impegnata nell’inserimento lavorativo di persone con disabilità o fragilità, distinta dalla tipo A che realizza servizi alla persona; da oggi in poi – in pratica – quando penserò al tipo B avrò davanti agli occhi Elia, 31 anni, figlio di Tiziana e Gabriele, fratello di Sara; nato a Bologna ma oggi residente a Ravenna; viene da Sasso Marconi, ha vissuto nel capoluogo felsineo, ha studiato a Ravenna – liceo artistico, pittura, “ma sono bravo anche nella grafica”. È nato con trisomia 21 e quindi ha la sindrome di Down.

Eppure.

“Prima di lavorare all’Albergo del Cuore sono stato all’Acque Sport Center, però era scomodo: dovevo prendere l’autobus e ci mettevo quarantacinque minuti”, racconta. “Oggi invece qui arrivo a piedi o in bici”. Qui, all’Albergo del Cuore, dove lavora da un anno. Adesso sta provando a prendere la macchina, una di quelle che si guidano senza patente, la Freedom. Così, se dovesse piovere…

Il mansionario in tasca

Di cosa ti occupi qui, Elia? (abbiamo concordato il ‘tu’). “Di diverse cose: faccio sia cameriere che barista”. Sfila dalla tasca un foglio bianco piegato in quattro, me lo porge: un elenco di attività. “Mi porto sempre dietro il mansionario”. Così sa cosa ha fatto e cosa deve fare, sottolinea Anna.

Chi sono i tuoi colleghi? “Ci sono ragazzi come me: Daniela, Paola, Sheron. E poi ci sono Anna, Barbara, Erika, Giulia. I miei punti di riferimento”.

Anna sottolinea: “Io sono la mediatrice, Giulia era la sua job coach: io faccio la barista, la cameriera e tutto quello che serve, ma sono anche un’educatrice e cerco di trasmettere alle ragazze delle modalità più efficaci per, ad esempio, parlare con i ragazzi inseriti in Albergo”. Un lavoro di squadra.

Ma sei contento? “Molto: sono soddisfatto di me. So fare bar, sala: se occorre il lavapiatti; la differenziata. E poi pulisco il giardino. Mi piace stare ovunque. Ma il posto che preferisco è proprio il giardino”. Da lì era arrivato al nostro tavolo, infatti. Elia ha anche una camera che gli piace di più: “Quella delle rose”. Per via della carta da parati, immagino. “Mi piace stare nella bellezza”, aggiunge.

“Mi piace stare nella bellezza”

Le stanze qui hanno nomi di fiori, per lo più. Ne ho visitate alcune. C’è anche quella per chi è autistico – insonorizzata, con luci particolari; e quella per chi si muove in carrozzina – senza ostacoli, spaziosa. Un albergo inclusivo. Elia però non si occupa ancora del riassetto delle stanze, spiega Anna. “A volte sta all’accoglienza”. Ma tu, Elia, c’è qualcosa che vorresti ancora imparare?

“Vorrei fare sempre cose nuove. Rispondere al telefono. Provare la cassa: dare il resto, incassare. Oppure avere la responsabilità delle comande. È molto difficile e per il momento faccio il commis”.

Commis? “Seguo il cameriere che prende le comande, il responsabile di sala, il maitre insomma; e preparo per il servizio: acqua, pane, parmigiano nelle ciotoline. So apparecchiare in modi diversi”. Anche la cucina lo attira: “Vorrei fare il cuoco. Preparare i dolci, come la tenerina al cioccolato; fare il salato, i panini”.

Interviene Anna. “Tra la colazione e il pranzo Elia si occupa di ripulire tutta la sala e apparecchiare di nuovo”. Qual è la prima cosa da fare, Elia? chiede Anna, diretta. Elia: “Togliere il buffet”. Poi? “Pulire i tavoli, il pavimento, dare lo straccio”. E a casa? Te la cavi bene anche lì? “Sì. Se serve, cucino da solo. Pasta. Frittata. Sono autonomo”.

Un passo alla volta, spiega Anna: “Occorre procedere per tappe. Aiutiamo Elia a consolidare le competenze”. Ecco perché il mansionario sempre in tasca, penso. “Così non corre il rischio di perdere ciò che sa già. Elia adesso ha capito cosa è importante ricordare per le mansioni che ricopre. Quando è tutto consolidato, solo allora aggiungiamo”.

Lo guardo. È ancora dritto sulla sedia. Gesticola, si ferma: per i se, i ma; per i distinguo. Gli chiedo se è stanco, e mi dice di no: “Mi piace fare interviste. Mi piace raccontare quello che faccio. Son contento di poter testimoniare. E poi ho una memoria di ferro”.

Cosa ti dicono i tuoi genitori? Ti supportano? “Mio babbo e mia mamma sono molto contenti di quello che faccio qui”, dice. Mi sembra di vederli, anche se non so come sono fatti: un filo di preoccupazione, tanta gioia, il cuore quasi leggero. Elia sa che avrà ancora bisogno di loro – per la sua vita autonoma, per il suo futuro; e anche Gabriele e Tiziana ne sono consapevoli, e nulla sarà lasciato al caso.

Sogni? Ne hai? A differenza di tanti, Elia sa esattamente cosa desidera nella vita e dalla vita. “Giulia, la mia morosa, vive in montagna, in Valle Comelico, Belluno. Lavora a Santo Stefano di Cadore. Fa la barista. Ci siamo conosciuti che lei ne aveva 13 e io 17, di anni. Era il 2012. Ero in vacanza con mio nonno. Sciavo con lei. Mi piacerebbe vivere assieme”.

Però!…

..però poi arrivano le dieci ed Elia deve salutare. È venuto prima per l’intervista, adesso il turno deve proprio cominciare. È il suo lavoro, dopotutto. Il mansionario dice: sparecchiare il buffet. Pazientemente Anna ed Elia ripassano assieme la consegna. Ancora una stretta di mano e parte.

Procedo con l’intervista a Romina Maresi, presidente di San Vitale, quindi a Valeria Garcea, coordinatrice dei servizi educativi della cooperativa. Alla fine recupero le mie cose, chiudo il pc, mi rivesto e mi preparo per uscire. Anna mi accompagna e mi parla del suo percorso formativo. Intanto mi giro tutto attorno per fissare i dettagli, mentre la mia mente va già componendo la storia – sì, ma come la racconto? mi chiedo.

Poi intercettiamo Elia, un ultimo saluto; ho voglia di fargli ancora una domanda – di parlare ancora un po’, forse per far durare questo tempo; questo spazio di rispetto che tutti ci siamo dedicati – per raccontare Elia e, attraverso di lui, la cooperazione sociale di tipo B. E questo progetto unico, che è l’Albergo del Cuore.

Non mi viene in mente niente. Ci pensa Anna. “Elia, qual è il complimento che ricevi più spesso, cosa ti dicono?” Lei lo sa già; ma lo deve dire lui. Ci pensa, e poi: “Che sono attento ai bisogni delle persone. E che sono sorridente”. Me ne ero accorto.

14 aprile 2026